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ALTARE DI RATCHIS

Introduzione al Commentario Storico Critico

a cura di LAURA CHINELLATO

cividale ponte del diavolo sul fiume natisone

Quando nella tarda primavera del 568, i Longobardi giunsero in Italia guidati da re Alboino, fondarono il primo ducato in Cividale del Friuli, la romana Forum Iulii. Gisulfo I, nipote del re, trattenne le farae migliori per difendere da Avari e Slavi il confine orientale del vasto regno che si conformerà come Langobardia maior e Langobardia minor. Il carattere fiero e autonomista della nobiltà friulana è ben tratteggiato dalle fonti e da esse apprendiamo che la nobiltà friulana offrì la maggior parte dei duchi al ducato di Benevento e due re: Ratchis (737-744) e Astolfo (744-749), suo fratello. Col ducato di Ratchis Forum Iulii, sede a un tempo del duca e del patriarca di Aquileia, visse il momento di massima fioritura artistica e stabilità politica. Proprio in questi anni dalla schola patriarcale forogiuliese emerse Paolo di Varnefrido, detto Diacono, una delle figure più eminenti della cultura letteraria del tempo e intimo amico del duca Ratchis. Fu durante il suo ducato che Ratchis fece scolpire l‟altare oggetto del presente commentario. L‟altare di Ratchis è un‟opera pregevole che il Museo Cristiano e del Tesoro del Duomo di Cividale del Friuli custodisce dal 1947 e che testimonia come la dinastia ducale di Forum Iulii recepì la rinascita delle arti, promossa nei primi decenni del secolo VIII da re Liutprando (712-744). Inoltre, documenta il rapporto che questa committenza ebbe con la Chiesa locale, con la fede cristiana e con la dimensione del Sacro.

Per la ricchezza del repertorio scolpito e per l‟integrità col quale ci è giunto, questo altare è un monumento eccezionale e unico. Contemporaneamente, parafrasando le parole di Angiola Maria Romanini (La questione dei rapporti tra l’Europa Carolingia e la nascita di un linguaggio figurativo europeo, in La nascita dell’Europa carolingia: un’equazione da verificare, Settimana di Studio del Centro Italiano di Studi sull‟Alto Medioevo, XXVII, Spoleto 1981, pp. 851-876) è un enigma che oscilla tra gli estremi di continuità col passato e tagli di portata radicale.
Nella presente pubblicazione ci proponiamo di indagare questi estremi, di entrare nelle pieghe dell‟opera e di illustrare ciò che è emerso da una ricerca avviata agli inizi del 2000, di fatto mai conclusa.

Hidebohohlrit

Lo scritto, organizzato in paragrafi tematici, si apre col contributo di Stefano Gasparri ed è incentrato sulla figura di Ratchis duca, re e monaco benedettino, appellato Hidebohohlrit sull‟epigrafe dell‟ara (paragrafo 2). Seguono la descrizione dell‟opera ed una rielaborazione critica di alcuni temi, in parte problematici, emersi dalla lunga indagine storiografica e dalla ricerca d‟archivio (paragrafi 3-4); la questione dell‟epigrafe studiata e tradotta con molteplici esiti (paragrafo 5); l‟iconografia del ricco repertorio, scolpito sull‟ara (paragrafo 6). Conclude la presentazione del monumento il paragrafo dedicato alle caratteristiche tecnico materiali dell‟opera: i rapporti di sezione aurea del volume e quelli geometrici del disegno; gli attrezzi impiegati dal lapicida e la finitura policroma che in origine rivestiva tutta la superficie (paragrafo 7).

L‟ultima parte del commentario è dedicata al contesto scultoreo locale e porge una panoramica su quanto prodotto nel secolo VIII all‟interno dell‟area episcopale e della Gastaldaga forogiuliesi (paragrafo 8), e sulla scultura di epoca longobarda (secoli VI-VIII) per coglierne le linee evolutive, le contaminazioni e l‟eredità lasciata ai secoli successivi (paragrafo 9). Le tematiche più importanti messe in luce dal presente studio vengono, infine, riassunte nel paragrafo conclusivo (paragrafo 10).

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